Recensione – Il fiore delle mille e una notte

“La verità non sta in un solo sogno, ma in molti sogni”

La citazione, tratta dalla celebre raccolta di novelle della letteratura araba, Le mille e una notte, apre il terzo capitolo, Il Fiore delle Mille e una Notte, della cosiddetta Trilogia della vita. Dopo il Decameron e i Racconti di Canterbury, Pasolini racconta per immagini la sua visione mitizzata del Terzo Mondo ispirandosi a uno dei testi più conosciuti della letteratura araba.

Il film, scritto in collaborazione con Dacia Maraini, si apre e si chiude con la storia del giovane e ingenuo Nur-el Din che riscatta la bella schiava Zumurrud, la quale, rapita con l’inganno dai briganti, si ritroverà sotto le spoglie maschili del re Sair e alla fine si ricongiungerà con il suo amato Nur-el-Din. Gli altri racconti, che ben si intrecciano con il prologo e l’epilogo della schiava Zumurrud, vedono protagonista Aziz (uno spensierato Ninetto Davoli) che viene evirato dalla sua amante per aver abbandonato la sua promessa e rassegnata sposa Aziza; segue la curiosa storia di un re e una regina che con l’inganno rapiscono giovani uomini e donne per vedere chi si innamora per primo e le avventurose storie di due principi che dopo varie peripezie amorose finiscono per farsi bonzi.

Il mondo sognato e messo in scena dal regista è quello sottoproletario, al di fuori della storia e incontaminato dalla civilizzazione. Nelle Mille e una notte i personaggi sono contadini, artigiani e commercianti oltre che regnanti e nobili. Nella fattispecie si tratta di una società feudale in cui i poveri condividono gli stessi elementi culturali dei ricchi (il mondo magico, l’omosessualità, il senso comune e il frazionamento del potere). La dignità è un valore che appartiene a qualsiasi uomo a prescindere dalla classe di appartenenza. Il sesso vissuto con spensieratezza e non come peccato è libero dalle convezioni della civiltà moderna ed è quindi avulso dal sentimento del possesso e  della prevaricazione. Non è né morboso né osceno come si vede dai volti dei personaggi che posseggono intatta la loro freschezza.